Crimini ambientali e responsabilità d’impresa: tra Codice Penale e Modello 231
Nel 2025, la protezione dell’ambiente si conferma una delle aree di maggiore attenzione normativa, anche in relazione al ruolo delle imprese.
Accanto alle politiche ESG e ai doveri amministrativi, l’ordinamento italiano prevede specifiche responsabilità penali per le condotte lesive dell’ambiente, attribuibili tanto alle persone fisiche quanto direttamente agli enti, in base al D.Lgs. 231/2001.
Le recenti indagini aperte da diverse Procure (Milano, Taranto, Crotone, Napoli) su reati ambientali legati a inquinamenti industriali, smaltimento illecito di rifiuti o disastro ambientale doloso hanno rilanciato l’urgenza di adottare Modelli Organizzativi efficaci e aggiornati.
I reati ambientali nel Codice Penale
Il Titolo VI-bis del Codice Penale, introdotto con la Legge 68/2015, prevede i principali reati in materia ambientale:
- inquinamento ambientale (art. 452-bis c.p.);
- disastro ambientale (art. 452-quater c.p.);
- traffico e abbandono di materiale radioattivo;
- impedimento del controllo da parte delle autorità;
- omessa bonifica dei siti contaminati.
Questi reati possono essere commessi sia dolosamente che colposamente, e riguardano imprese industriali, società di gestione rifiuti, cantieri, stabilimenti agricoli, attività estrattive e portuali.
La responsabilità dell’ente: quando risponde la società?
Ai sensi del D.Lgs. 231/2001, la società risponde in sede penale in caso di reato commesso da un apicale o da un dipendente, se l’illecito è stato:
- agevolato da carenze organizzative;
- reso possibile dall’assenza di controlli effettivi;
- commesso nell’interesse o vantaggio dell’ente.
I reati ambientali sono stati inseriti nell’elenco dei reati presupposto dall’art. 25-undecies del decreto: perciò, anche una condotta colposa può generare responsabilità 231, con sanzioni pecuniarie e interdittive (es. sospensione dell’attività, revoca di autorizzazioni, esclusione da gare).
Il ruolo del Modello 231 nelle imprese con impatto ambientale
Un Modello 231 aggiornato e adeguatamente implementato è oggi lo strumento principale di prevenzione e difesa per le imprese attive in settori a rischio ambientale.
Per essere efficace, deve contenere:
- mappatura dei rischi ambientali specifici per processo e sito operativo;
- procedure per la gestione delle segnalazioni ambientali e delle non conformità;
- formazione periodica del personale in materia di normativa ambientale e obblighi 231;
- attività documentata di controllo e verifica da parte dell’Organismo di Vigilanza.
Nel 2025, le linee guida di Confindustria, le raccomandazioni dell’ISPRA e i protocolli regionali hanno rafforzato l’orientamento verso una compliance ambientale integrata con la governance penale dell’impresa.
Conclusione
La responsabilità penale ambientale rappresenta oggi un rischio giuridico concreto per le imprese.
L’integrazione tra Codice Penale e D.Lgs. 231/2001 impone alle aziende di dotarsi di strumenti di prevenzione, monitoraggio e formazione.
Nel contesto attuale, un approccio formale non è più sufficiente: la sostenibilità ambientale deve essere anche effettività giuridica e responsabilità penale consapevole.

